Da dove nasce la teoria del Rating Personale?

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In principio fu il buio più totale. Sapevo che potevo fare molto, ma nonostante la mia determinazione e le immediate risposte dei fatti, i risultati ufficiali tardavano ad arrivare. I campi in cui mi sono impegnato nella mia vita sono diversi: fotografia, sceneggiatura, chimica, cucina, elettronica e telecomunicazioni, informatica, medicina, psicologia, economia, motociclismo e sicurezza stradale e altro ancora.

Ovviamente, si tratta di impegni affrontati in diversi periodi della vita. Ovvio che chi troppo vuole nulla stringe. La voglia di fare non deve mai farsi invadere da quello che chiamo “l’entusiasmo cattivo”: vale a dire quell’euforia che prende generalmente tutti all’inizio, prima dunque di aver veramente combinato qualcosa. Personalmente ho sempre avuto ben chiaro che l’unica vera forma di entusiasmo utile è quella che giunge alla fine (o quasi) dell’opera: quando si capisce, quindi, se sta funzionando o meno.

L’entusiasmo cattivo ammazza in partenza l’azione che intendiamo compiere. Il troppo voler fare porta a costruire progetti fumosi e di difficile applicabilità. Il coinvolgere troppe persone crea contrasti di ruolo. La mancanza di un leader, poi, porta all’affermazione di una serie infinita di leaders: praticamente tutti i partecipanti. “Non funziona”, insomma, per dirla a modo mio. Dopo diversi anni dedicati a coltivare alcune delle mie passioni, mi sono fermato a tirare le somme di ciò che avevo fatto, scoprendo che non sempre un buon risultato è veramente buono e, al contrario, un fallimento può essere più chiarificatore di millemila successi.

Mi sono, quindi, rivolto agli altri. Ho portato i risultati agli occhi di esperti che non mi conoscevano e ho chiesto un parere. “Ho fatto bene? Il mio operato è servito a qualcuno? Piace? Funziona?”. A questo punto ho scoperto che non contava in realtà quanto o come avevo fatto, ma la discriminante per darmi un parere positivo era il non aver superato le capacità di chi mi giudicava. Le persone –insomma– non accettano che qualcuno possa fare meglio di loro se non è già un personaggio “autorevole”.

Mi sono chiesto quindi da cosa deriva questa autorevolezza, come si fa ad averla, come riconoscere le persone realmente autorevoli, quale criterio le distingue. Ho scoperto amaramente che –soprattutto in Paesi come l’Italia– l’autorevolezza si compra, si eredita o si ruba. Rarissimamente si conquista con il merito. Il merito, insomma, non conta nulla se non sei spalleggiato da qualcuno o utile agli interessi diretti di qualcun altro. Poco importa tutto il resto.

La mancanza di meritocrazia

È la chiave delle origini della teoria del Rating Personale. Doveva esistere quindi un dannato sistema per valutare le azioni di una persona senza che si scadesse nel clientelismo o nella corruzione del giudizio a opera del conformismo. Avrei potuto pensare a qualcosa di democratico che valutasse più persone secondo criteri affermati in politica, però mi son reso conto che questi sistemi non funzionano. Se funzionassero veramente non ne esisterebbero centinaia di versioni, tutte spacciate come perfette e tutte diverse e contraddittorie tra di loro.

L’enorme divario tra le classi abbienti e i meno fortunati hanno poi da sempre suscitato in me una rabbia canina. Una persona che non ha accesso ai piani alti del mondo non troverà quasi certamente mai sfogo al suo impegno. Perché un ricco idiota con 3 lauree deve essere lodato, quando un povero operaio o impiegato che ne sa di più e –soprattutto– ne fa di più viene ignorato?

Serve un criterio universale che non valuti in base alla scala dei più o dei meno fortunati. I riferimenti di giudizio più idioti sono quelli dei ricchi e famosi che si fingono vicini al popolo ostentando opere di beneficenza di dubbia utilità, che costano al mondo più di quanto non rendano ai pochi che ne dovrebbero beneficiare.

La maggior parte di chi dispensa insegnamenti all’umanità, poi, consuma più di quello che produce e non sarebbe abilitato nemmeno a proferir parola su una partita di calcio.

Serviva un sistema etico

Per permettere a chiunque di valutarsi senza ammazzarsi di studi e di calcoli impossibili. Il Rating Personale è stato pensato con un occhio di riguardo all’utilità. È inutile calcolare quante persone vivono grazie all’azienda di Tizio, se poi questo passa il tempo libero a inquinare l’ambiente, facendo poi ammalare le stesse persone a cui dà lavoro.  Non serve essere scienziati per capire che Tizio ha un Rating Personale negativo e che quindi vale meno dell’ultimo dei suoi collaboratori.

Così come è dubbio il contributo all’umanità, e quindi l’autorevolezza, di chi si esprime con le teorie di grandi pensatori del passato, ma poi nel concreto consuma beni e pazienza altrui senza fare nulla. Conseguire 5 lauree è utile solo se dopo (o meglio durante) se ne fa qualcosa, di cotanta dottrina. Se non c’è intenzione di essere utili a nessuno: va benissimo comunque. L’importante è che non ci si faccia mantenere (economicamente e non solo) da altri, gravando quindi su tutti.

Sia chiaro che non ho nulla contro gli abbienti (non potrei). Faccio solo uso di esempi semplici da comprendere perché conformi al sentire comune. Il Rating Personale non si fa influenzare dalla posizione economica e sociale di chi viene valutato. Chiaramente un grande potere porta inderogabilmente a una grande responsabilità. Fondamentalmente è più facile sbagliare da ricchi che da poveri.

Un esempio controcorrente potrebbe essere quello in cui una persona poco abbiente si comporta in modo eccessivamente poco produttivo sul posto di lavoro. In questo caso gli altri collaboratori e i responsabili stessi sono i veri fautori del suo reddito. Questa persona ha un primo Rating Personale negativo. A esser sinceri è un caso più frequente di quanto non si pensi.

La versione più simile

La versione più simile al sistema del Rating Personale è quella attuata dalle società assicurative e di prestiti personali. Si parla di sporchi soldi, Sì. Tuttavia quando si tratta di denaro la questione si fa precisa e concisa. Tutti agiscono in modo da evitare errori, perché significherebbe una possibile perdita di denaro.

Le società di assicurazione e di prestiti personali devono prestare soldi a chi non ne ha. Avrebbe poco senso la loro esistenza altrimenti. Ogni concessione di prestito è sottoposta a controlli approfonditi finalizzati a valutare l’affidabilità del cliente. La valutazione prende in considerazione la storia fiscale della persona, quanto possiede, quanto ha posseduto, quanto ha lavorato, quante volte e con quale frequenza ha cambiato lavoro, con quale facilità spende e molto altro. Studiando questi sistemi mi sono reso conto di quanto fossero cinici e spietati, ma allo stesso tempo funzionali. Non sono i sistemi migliori per valutare l’affidabilità finanziaria di un cliente, tuttavia sono quelli che sbagliano più raramente e forniscono risultati veloci.

Ho studiato i criteri di varie società finanziarie con statuti stilati secondo i regolamenti nazionali di più Paesi nel mondo. Una componente comune è la presenza di criteri di valutazione inaspettati. Risulta, infatti, comune la migliore affidabilità di un povero spendaccione senza debiti, rispetto a un abbiente avaro leggermente indebitato. Nella storia dei due tipi di personaggi, infatti, il secondo –pur potendo- tende a pagare in ritardo o a non pagare per niente. Il primo, al contrario, per non avere problemi e per non apparire povero (quale è) tende addirittura a saldare i debiti in anticipo, pagando la penale.

Attenzione

La teoria del Rating Personale NON deriva direttamente da quella utilizzata dalle società finanziarie o assicurative. Il ruolo dei sistemi finanziari che ho studiato è puramente d’ispirazione. Ho usato un sistema simile perché era funzionale. La spiegazione di come funziona (grossomodo) il Rating Personale dimostra ampiamente ciò che sto scrivendo in questo paragrafo.

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